– in questi tempi di vacche magre è un buon segnale che il Festival Primavera dei Teatri sia riuscito a rispettare l’appuntamento annuale: oltre a offrire una piccola rassegna di interessanti compagnie in quest’ultima settimana di maggio, l’evento richiama a Castrovillari (CZ) un pubblico fitto e motivato, con una percentuale di giovani molto maggiore della media di tali occasione. Certo che resta una grandissima prova d’attore ma è come se Perrotta ci trasportasse, davvero, nel cervello malato del pittore, attraverso un’immediatezza interpretativa che oltrepassa il limite della “mimesis”, per arrivare a quella sorta di “transustanziazione teatrale”, che si favoleggiava venisse raggiunta negli spettacoli diretti da Jerzy Grotowski, dove il “verbo” si fa davvero “carne”. Perrotta è un funambolo elegante. Scrive Perrotta nella scheda di presentazione: “…Mi interessa la sua solitudine, il suo stare al margine, oltre il margine – là dove un bacio è un sogno, un implorare senza risposte che dura da tutta una vita. A destra un tavolino basso. In “un bès” è quel che serve – o appunto manca – a ché si sperimenti la mancanza, l’assenza dell’amore che fa l’uomo disumano e, quindi, artista. So che qualcuno gli farà notare la sua differenza. Non è un racconto interpretativo lineare, il suo, come accade realmente nella “pazzia”; l’attore esce ed entra continuamente dalla parte, conferendo in questo modo un fortissimo risalto umano al personaggio. La prima fotografia si chiama “Un bes” e solo, in accento emiliano e mentre disegna forsennatamente la “mutter”, la madre che non ritrova, recitando, sta in scena, alternando la vita interiore-psicologica e passaggi di biografia necessaria per capirne il percorso. Ma l’isolamento gli consentirà di dare forma alla sua arte, che Ligabue si rende conto essere speciale, seppure solo quando avrà sessant’anni sarà conosciuta e riconosciuta e lo eleverà da quel sistema che l’aveva confinato ai margini, che aveva stigmatizzato la sua estraneità — nessuna immagine a evocare come un marchio i suoi dipinti nello spettacolo bassanese. Commuoversi di fronte ad una piéce teatrale non è usuale per me, lasciarsi andare e passare dalla storia narrata a “oltre la storia” non è facile. Non lo ha avuto dalla madre naturale che lo abbandona bambino, né dall’uomo che lo riconoscerà dandogli il suo cognome, Laccabue (che, da adulto, cambierà in Ligabue); né dalla madre adottiva, una svizzera tedesca che lo cresce fino a diciotto anni fino a quando, esasperato dalle sue stranezze, lo spedisce in Italia, né, ovviamente, da nessuna donna, non dalle lavandaie che lui spia al fiume, non dalle ragazze del paese che hanno tutte paura di lui: “al matt”, “al todesch”. Espulso dalla Svizzera, fu mandato a Gualtieri, paese della bassa reggiana, nel 1920. Rimangono interlocutori solo verbali la centralinista, a cui Ligabue racconta della sua vita nel bosco, il pittore Marino (Mazzacurati) che sostiene la sua attività e affermazione artistica; e anche gli animali, così importanti nell’immaginario di Ligabue, sono solo citati all’interno del racconto delle proprie vicissitudini. Una sospensione dell’incredulità che appartiene ormai a un teatro “classico”, e per questo oggi così difficile da fare accadere. Lo spettacolo, prodotto da Teatro dell’Argine — realizzato in collaborazione con Paola Roscioli per la regia e con Riccardo Paterlini per la ricerca — attore e progetto sono stati premiati in più occasioni, la prima al debutto nel 2013 con il Premio Ubu a Perrotta, come migliore attore. Provo a chiudere gli occhi e immagino: io, così come sono, con i miei 40 passati, con la mia vita – quella che so di avere vissuto – ma senza un bacio. Il grande teatro, la danza e gli spettacoli dal vivo per le famiglie e i bambini nel weekend e infrasettimanali. Laura Vicenzi. Perrotta è un Ligabue intenso, srotolato con potenza e dolcezza attraverso alcuni momenti importanti della sua esistenza: l’infanzia e il difficile rapporto con la madre, l’affidamento; la relazione burrascosa e dolorosa con gli altri, con gli abitanti di Gualtieri, paese in cui viene esiliato a causa della sua follia; l’isolamento nella natura, dove – dice – c’è tutto quello di cui si ha bisogno. Non si adagia sugli allori, appena trova una formula riconoscibile, che può essere vincente, ma ripetitiva, anche nel futuro prossimo, la abbandona e si lancia in nuove sfide. Uomo odiato quanto amata fu dal ragazzino difficile la madre adottiva Elise Hanselmann. Un bès… Dam un bès, uno solo!… supplica Ligabue attraverso le parole sussurrate in un idioma che assomiglia al dialetto emiliano di cui Perrotta ne trae una sua versione originale e carica di valenze sonore sconosciute. In particolare ora proprio con il progetto triennale dedicato a Ligabue avviato con il Teatro dell’Argine di Bologna: così ha ricordato Mario Perrotta, dopo l’emozione condivisa dei lunghi applausi per «Un bès – Antonio Ligabue», dove l’attore assorbe le esperienze, gli stati d’animo del grande pittore, una vita sofferta, emarginata, che va ricomponendo a frammenti, svelandola per assaggi e ritorni, smarrimenti e ossessioni, sospesa tra la vita e la morte, al termine una sorta di fantasma del luogo che rievoca, dolente e beffardo, il proprio funerale. Di Bucci Perrotta riprende, nella raffigurazione del disagio del malato-diverso in rapporto conflittuale con gli altri, la corrispondenza della partituta gestuale e di quella verbale entrambe contraddistinte, nelle loro specificità espressive, da rigidità, concitazione ossessiva, brusche interruzioni, repentine riprese, pause meditative o di accumulo-scarico della tensione, a seguire il complesso svolgimento delle dinamiche interiori e di pensiero del protagonista. Gli applausi sono lunghissimi. L’attore leccese, bolognese d’adozione, ha disegnato (anche soprprendentemente bene) quasi per tutto il tempo del monologo recitato nella lingua del “Toni”, un idioma misto di dialetto reggiano e tedesco: questo è, infatti, il primo spettacolo del repertorio di Perrotta non in salentino. – Perrotta ammette di provare tenerezza, per quest’uomo brutto e selvaggio che aveva nelle tasche le caramelle per i bambini. A luci ancora accese l’attore, con indosso un cappotto, entra in mezzo al pubblico e chiede un bacio, un bès. PREMIO DELLA CRITICA/Associazione Nazionale Critici di Teatro 2015 per l’intero Progetto Ligabue, Un bès… Dam un bès, uno solo! Un apporto originale Perrotta lo dà nelle fasi in cui il “matto” si rapporta alle figure affettivamente più significative: la Mutter, come chiama la mamma d’adozione, la lavandaia, o la gnorina, appellativo confidenziale della centralinista. Risale all’infanzia di abbandono in Svizzera, alla solitudine tra boschi e argini nella Bassa. L’effetto spiazzante dura poco ma fa il suo effetto: sembra un vero emarginato che osa entrare là dove ogni brava coscienza civile accetterebbe qualsiasi diversità solo se sta buona in silenzio. Nelle immagini precedenti lo si vede davanti a un autoritratto che non riesce a finire. Lo sapremo un tempo. Ma Perrotta è bravo e ci crede in quel suo pittore ostinato, solitario e triste, come per un regalo d’attore che quasi ci convince. La scena di un sofferto bacio tra Antonio Ligabue e una donna dove la voce dell’uomo esclama : “Un bès… Neanche uno. La storia è raccontata dalle parole di Ligabue in quel dialetto sporco tra l’emiliano e il tedesco che gli abitanti del paesino di Gualtieri, paese d’adozione del pittore naif nato in Svizzera, erano abituati a sentire dal “matt”. Recitare e disegnare in un unico slancio: in questo contemporaneo e difficilissimo sforzo creativo Perrotta dà volto e parole alla follia, all’artista muto, agli incubi di solitudine. La sua infanzia vissuta in mezzo alla natura viene descritta dall’incessante bisogno di disegnare come un tentativo di dare forma all’inquietudine del pittore, costretto a separarsi ancora una volta da una donna amata per essere ricoverato in manicomio. Nella società superominica che mette l’uomo e la macchina in corsa fra loro, quest’uomo di cui pare sentire il puzzo e’ la fragilità di chi osserva che si vede riflessa. Un luogo dove la parola rifulge e si fa anima. Il quinto appuntamento con Operaestate Festival ha portato in scena al Teatro al Castello Un bès – Antonio Ligabue. Lo chiamavano Al Matt, strano, era strano, il Toni, con quella faccia storta e i modi bruschi. Così nelle recenti stagioni si è preso spazi e tempi per esplorare altre modalità di teatro (nella Trilogia sull’individuo sociale, per esempio) e anche il nuovo progetto – ambizioso, complesso, allargato – sembra segnare uno scarto ulteriore nella sua ricerca. A diciassette anni è costretto ad andar via davvero, in manicomio: sente le campane in testa. Uno spettacolo di Mario Perrotta dal diario di Lireta Katiaj e altri milioni di diari mai scritti.. Con Paola Roscioli chitarra Piergiacomo Buso – contrabbasso Fabio Uliano Grasselli. Poi si rimane a parlare e discutere, per capire il perché, il se, il ma, il si, il no. Come per il teatro antico l’interrogativo è ancora lo stesso: si può dar forma al dolore? Meritatamente. Anche se è il delirio di parole, lingue, intercalari, ripetizioni che lo identifica maggiormente con l’incompreso maestro. Antonio Ligabue - Sabato 25 luglio 2020 - Corte di Villa Sottocasa, Vimercate, Lombardia. (…) Lanera e Spagnulo, più che in altre occasioni, fanno teatro civile, restituendoci le istantanee dei nostri orrori quotidiani; esasperazioni e paradossi, oltre a una sana autoironia, ci costringono a misurarci con pochezza e pregiudizi che allignano in ognuno di noi. Manifestazione che ha interessato più luoghi, più tempi, che ha richiesto all’ideatore uno sforzo organizzativo notevole, degna conclusione di un progetto multimediale e polimorfo, tale da spingere i giurati del Premio Ubu 2015 ad assegnargli la vittoria nella categoria del “miglior progetto artistico/organizzativo”. Ma in questo spettacolo, prima cellula di un progetto in tre parti, a macchia di leopardo, che arriverà a conclusione nel 2015, Perrotta con grande bravura è sì l’attore solo che racconta, ma, allo stesso tempo «è» Ligabue, l’artista naïf dalla pennellata violenta e dal mondo immaginario. “Un bès” rappresenta, anche stavolta, la prima parte di una trilogia che continuerà il prossimo anno con “Svizzera e furore”, cui si affiancherà la danza di Micha Von Hoecke, mentre nel 2015 si concluderà con l’happening “Antonio sul Po”, con più di 80 artisti provenienti da tutto il mondo per invadere, per una giornata, un vasto territorio intorno a Gualtieri, la cittadina nelle vicinanze di Reggio Emilia dove il pittore (all’anagrafe Antonio Laccabue) soggiornò e morì, espulso dalla natia Svizzera. E’ proprio la vicenda dei primi anni della sua esistenza che lo segnerà tragicamente, con la madre che lo ebbe fuori dal matrimonio , un uomo che lo riconobbe come padre ma con cui non ebbe rapporti, per continuare con la famiglia adottiva fino all’espulsione dalla Svizzera a Gualtieri, per peregrinare da un ospedale psichiatrico all’altro. Che dire del momento in cui, tracciato con il carboncino una montagna e un volto femminile, Ligabue/Perrotta accucciato come in un gesto di abbraccio totale, in una disperatissima richiesta d’affetto, si rivolge all’effige della madre e a quel paesaggio così a lui caro? ... Mario Perrotta. A “Primavera dei teatri” ci si illude, per qualche giorno, che non ci sia poi davvero una crisi. sapevo che sarei diventato padre di un bimbo o una bimba che arrivava dal centro africa. Per cui allontana il pannello con sopra il volto della madre e spiega che viene affidato ad una famiglia svizzera. Qui, in cella, riconoscono la sua abilità pittorica. Ma questo, come detto, non avvenne mai neanche dopo quel poco di fama che arrivò negli ultimi anni della sua vita. E’ solo l’inizio di un percorso per Perrotta (che dopo tanti racconti civili aveva ultimamente scelto il confronto con i classici) che fa attendere con curiosità i suoi prossimi sviluppi. Rientra invece, a mio avviso, nella seconda categoria […], La cultura rischia d’essere sempre più marginale, nella nostra economia,coscienza ed esistenza, e la “coraggiosa” XIV edizione del festival “Primavera dei Teatri” di Castrovillari (Cosenza) diretto da Saverio La Ruina e Dario De Luca esplora, almeno nel caso dei tre spettacoli, alcune vicissitudini, certi fenomeni e qualche estremo cui condanna la marginalità sociale. Il palco diventa camera oscura, in alcune scene, dove sono proiettate, a luce fantasmagorica, paesaggi, disegni, volti. Fatto sì è che gli spettatori hanno seguito con totale adesione la ricostruzione di una vicenda umana di un artista a torto definito naif. Esattamente come nella condizione carceraria e in qualunque condizione di diversità sancita da un confine: esso stesso determina un dentro e un fuori differente secondo il lato su cui ci si trova. Ma il racconto teatrale scorre anche attraverso i segni che lo stesso attore traccia con rara maestria, su fogli da disegno dove punteggia per sommi capi, i luoghi dell’infanzia o i capitoli della sua vita, una vita disperata e umiliata, sempre in cammino o in fuga. Solo in scena si interroga su come ci si senta chiudendo gli occhi e immaginandosi: 40 anni trascorsi e vissuti senza aver mai ricevuto un bacio. Mette su un monologo che in realtà è una serie di dialoghi con Mutter Elise, i compaesani, i medici che gli spiegano il suo caso, una centralista cui subito propone di sposarlo. La citazione di Lancan la rubo dall’amico Mimmo che su FB commentava l’ episodio a cui ha assistito: un clochard costretto a consumare in una sala d’aspetto un piatto che non aveva, evidentemente, diritto di mangiare al tavolo della mensa accanto che glielo aveva fornito. Nell’incanto del Teatro Gualtieri, uno spazio consegnato nuovamente alla comunità per merito di un gruppo che ha lavorato a lungo, aggregato energie, rendendolo agibile in forma sorprendente, il palcoscenico circondato dai palchi, gli spettatori seduti nello spazio un tempo dedicato alla recitazione, una commovente situazione di non-finito che ricorsa, in piccolo ma ugualmente prezioso, lo spazio parigino di Peter Brook, con i segni del tempo ancora evidenti, un senso di decadimento, di antico abbandono, che si traduce però in casta, calda accoglienza. E in quel “desiderio” potrebbe stare la chiave con cui guardare ai luoghi e alle loro evoluzioni. Bandito e ammirato. Quello anagrafico, Laccabue, glielo aveva dato il patrigno. Quella è calcata in maniera naturalistica, e tramite il linguaggio teatrale, metaforico, intuitivo, percepibile, s’incarna e si fa veicolo tra il pubblico al buio. Dopo il debutto a Castrovillari per Primavera dei Teatri, e prima di arrivare ad Asti Teatro la prossima settimana, il nuovo spettacolo di Mario Perrotta è approdato a Milano nell’ambito della rassegna Da vicino nessuno è normale che, per merito dell’associazione Olinda, propone una ricca e interessante rassegna teatrale estiva nell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, quest’anno fino al 14 luglio. Sarebbe bello poterle riconoscere, le macerie. L’impegno grande. Antonio Ligabue, prima tappa di un trittico annunciato sul pittore naif di Gualtieri, che ebbe una voga clamorosa appena dopo morto, una cinquantina di anni fa. Mi attrae e mi spiazza la coscienza che aveva di essere un rifiuto dell’umanità e, al contempo, un artista, perché questo doppio sentire gli lacerava l’anima: l’artista sapeva di meritarlo un bacio, ma il pazzo, intanto, lo elemosinava. E Perrotta alla parola, al movimento ed all’espressione aggiunge anche l’arte, un’arte ridotta a un gessetto nero con cui traccia su grandi fogli bianchi i momenti salienti della vita di Toni, votata alla solitudine al dialogo che si riduce a quello con la natura, gli animali, il fiume, ma non con gli uomini. graffitiraul@ yves.monluc@ hughes.kevin@ weibog@ leofelin@ welkerclan@ lbd119164@ txfireflea@ fati.camara004@ erin.rudner@ nello96@ zhiwei372@ zxc3026@ olugbemibouqui@ Gli spettatori assistono alla scatenarsi di un destino umano nel breve succedersi di eventi e vengono così, fatalmente proiettati all’interno dell’infelice condizione del protagonista. La sua solitudine, l’emarginazione che lo ha fatto soffrire, l’essere considerato come un alieno dai suoi compaesani. E, sempre sul confine, chiedermi qual è dentro e qual è fuori." Arrivò in primavera a Lecce, è vero, ma per una sola sera e in un teatro piccolo per un artista così immenso, il Paisiello, non trovai il biglietto. E allora? Mai. Un solo bacio in cambio di tutta la sua arte e il suo talento. Irriso da tutti per la sua testa deforme, la sua corporatura rachitica. […] Perrotta è solo, ha conquistato un orecchiabile accento emiliano, e racconta l’arco della vita e dell’arte di Ligabue dalla nascita senza padre in Svizzera, ai raminghi vagabondaggi padani in cerca di relazioni e di scambi, forte solo, oltre ovviamente che di umanità straordinaria, della sua fulminante capacità pittorica. Gli anni passano e il progresso avanza: arriva il telefono nella Bassa, così, dopo che si è accostato ad un apparecchio telefonico appeso a un palo, definito “la pioppa parlante”, comincia un dialogo con una centralinista. Un’indagine in terra di confine (umana e cerebrale), in cosa è dentro e fuori; riflessione approfondita sulla libertà d’agire per proprio dettame e i condizionamenti di etichette altrui. Un’ottica che rende la manifestazione molto in sintonia coi nuovi mali del Paese, associandoli a linguaggi e a formule contemporanee. L’interprete cerca di restituire lo strazio di una mente vacillante e di un corpo sradicato con un periodare ossessivo, ripetitivo, con un andamento a tratti inceppato a tratti impetuoso, fluviale. E quelle parole mi sono balzate in mente ieri sera, memorabile 10 dicembre 2014 in quel di Nardò. Rock Rose Wow di Daniele Ninarello è una partitura per tre corpi su un fondo elettronico ritmico (…) La nuova creazione di Perrotta è racchiusa tutta nell’arco di quei baci mancati, che gli permettono di disegnare (anche letteralmente, col carboncino, sulle lavagne-schermo che liberamente egli muove e utilizza sul palco) un ritratto vibrante del pittore matto. Note aggiuntive. Non solo il dialetto reggiano, non solo il tedesco, ma anche la voce, quella più importante, delle immagini che si delineano attraverso il carboncino e costruiscono la scenografia, le altre relazioni, gli affetti. Le date ancora in trattativa verrano aggiunte nel corso della stagione. Prima di tutto perché si percepisce la tensione (di volontà) nell’attuare un discorso sul teatro ché non sia esclusivamente panem et circernses. Davanti a una tela. Siamo nel quartiere Tamburi, a ridosso dell’Ilva, quartiere esposto alle polveri del piu’ grande centro siderurgico d’Europa, nella città più inquinata d’Italia. Evoca con forza i momenti più importanti della sua vita, aiutandosi con i bellissimi disegni al carboncino che traccia lui stesso con notevole bravura su grandi fogli, dove appaiono di volta in volta luoghi e persone, come la Mutter, la madre adottiva, amata e poi odiata, protagonista di uno dei momenti più toccanti, o gli ottusi compaesani di Gualtieri. Mario Perrotta inizia lo spettacolo mettendo subito in contatto il pubblico con la dolorosa interiorità dell’artista, dell’uomo Antonio Leccabue, un’umanità minata fin dalle fondamenta per il rifiuto della madre di tenerlo con sé fin dalla nascita. Gabriele è arrivato dall’Etiopia e un giorno vorrà riscoprire le sue tradizioni. Sapeva che, in quanto artista, avrebbe meritato attenzione e sperava che quell’attenzione si concretizzasse anche in affetto da parte di qualcuno, in modo particolare di una donna. Perrotta, con una barba incolta, un cappottaccio, chiede un bacio in bocca qua e là al pubblico, e parla della madre, della “mutter”, e con bell’istinto disegna dal vivo sagome femminili con essenzialità a volte alla Munch, e plasma bene tiritere stralunate e terragne con inflessioni emiliane che riferiscono dell’accusa di mancanza di comprendonio, e trasmettono la bellezza del disincanto, della felicità perduta, del confino cui lo ridusse il benpensantismo […], […] In scena dunque nuova drammaturgia e nuove forme, il teatro degli uomini soli – fra i quali ricordiamo almeno il raffinato lavoro in progress di Noosfera Museum di Roberto Latini e l’intelligente, ironico Cucinarramingo di Giancarlo Bloise dove il cucinare è un modo per raccontare la storia del mondo – e quello dei gruppi, gli uni e gli altri ponte ideale fra il nostro presente e un futuro incerto. Mario Perrotta entra quando il pubblico è già assiepato nella seconda sala del TaTÀ, chiedendo un bacio, Un bès, ai presenti. Forse non poteva sedere a tavola in quanto clochard, senza casa, senza tetto. In equilibrio tra essere e narrare, lo spettacolo offre un ritratto palpitante di un artista e di una vita solitaria, selvatica, percorsa da incubi che grazie ai pennelli si trasformavano in fantastiche visioni. Il guaio è che anche “quelli di provincia” usano la stessa espressione per indicare con la stessa irriverenza “quelli della città” perché, dal loro lato del confine, noi cittadini siamo effettivamente ‘ppoppeti, ossia oltre le mura. I suoi quadri, visionari e inquieti, mostrano una natura esotica e selvaggia, onirica e ancestrale, aprendoci la porta della sua psiche sconnessa. Per me e per voi”, dice Ligabue per bocca dell’attore che ha debuttato in prima nazionale al festival Primavera dei Teatri a Castrovillari (Cosenza) e dopo averlo portato in scena anche all’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini (uno spazio in cui il teatro di impegno civile trova la sua più idonea collocazione) si appresta ad una lunga tournée che lo condurrà in tutta Italia. Perrotta disegna incessantemente col carboncino, mentre recita con alto dispiego di energia fisica. Con i quadri e con l’azione scenica si rievoca la vicenda esistenziale di un grande irregolare, che seppe trasformare le sofferenze in forma artistica, senza riuscire mai a godere a fondo i frutti della propria abilità. Questo dramma della solitudine, del rifuggire la comunità degli uomini per i loro abiti morali e per le loro cattiverie, sono incarnate a teatro da un senso di felice e determinato straniamento dall’ipocrisia con cui gli uomini cercano di difendere la vita sociale e privata. Uno spettacolo indimenticabile che lascia, come il teatro dovrebbe, uno straordinario senso di rivelazione. A Ligabue mancano le sue montagne svizzere e la pianura padana non è la sua terra ma grazie alla pittura saprà creare dei quadri che sanno ricreare paesaggi ispirati dal fiume Po dove Ligabue amava rifugiarsi. Lecce austera potrebbe, dovrebbe riabbracciare con serena calma e pacatezza i suoi “mat”, i guitti, quelli che scommettono e creano. Ama la madre adottiva, Elise Göbel, confessando al pubblico che “Io ce l’ho uno che mi vuole il ben del mondo…” e poiché non si riferisce alla madre naturale, cancella una lacrima che prima le aveva dipinto sul ritratto. Appunti di un diario in vista di discorsi più complessivi. Mario Perrotta rilegge Terra matta. Mai il nome dato ad un festival teatrale come quello: “Da vicino nessuno è normale”, organizzato dall’Associazione Olinda di Milano, risulta più congeniale per ospitare il progetto Un bès _Antonio Ligabue, primo movimento del Progetto Ligabue, scritto e interpretato da Mario Perrotta. Resta aggiornato! In “un bès” è quel che serve – o appunto manca – a ché si sperimenti la mancanza, l’assenza dell’amore che fa l’uomo disumano e, quindi, artista. Teatro aperto, vivo, così disposto a riprendere la sua importante funzione di richiamo, di slancio e coinvolgimento culturale. Con un’interpretazione intensa e commovente, ha fatto rivivere il pittore emiliano, lo scemo del villaggio a cui nessuno diede mai un bacio, né la madre adottiva, né le donne di vita dei bordelli, che lo scacciavano perché era sporco. Quest’ultima caratteristica è la spirale e la soluzione con la quale riesce, con il suo pestare il carboncino pece sui grandi fogli bianchi, a dare volti e lampi, squarci ed a delineare tutto il mondo interiore del pittore. Antonio Ligabue, il primo di tre movimenti dedicati all’infinita solitudine e diversità di un artista che nacque in Svizzera e poi produsse a Gualtieri tanti visionari paesaggi, pagando a lungo lo scotto d’una discriminazione per la fama alienante che colpì i suoi quadri, e la sua stessa natura irrazionale. E’ uno dei momenti più toccanti dello spettacolo, quando sotto il suo viso, che ha appena finito di disegnare (Perrotta per tutto lo spettacolo dipingerà col carboncino), inizia a raccontare, anzi a vivere e a dipingere, l’infanzia di Ligabue tra le montagne svizzere, in mezzo alle bestie, amando quella madre che non gli è madre, ma che lo è immensamente di più, a soffrire per il distacco da lei per essere condotto al manicomio, ed ancora una volta da lei. Fu Renato Mazzacurati, della Scuola Romana, a fargli conoscere i colori a olio coi quali dipinse il suo famoso bestiario, aquile, leoni, serpenti, giraffe, creature mai viste tra i pioppi della pianura. Cliccando sul tasto prenota dichiari di aver letto e accettato la normativa privacy di questo sito. L’attore (e autore) non recita il personaggio, lui è il personaggio. Lo spettacolo prima che una biografia del pittore, è una straordinaria metafora della vita perduta, dell’assenza, della ricerca incessante di umanità e affetto. Sul palcoscenico Mario Perrotta 44enne poliedrico attore nato a Lecce, passato attraverso numerose esperienze artistiche che lo hanno portato dalla Puglia a Bologna, da Roma a Spoleto, che propone il primo movimento del Progetto Ligabue. Per me e per voi». Nel secondo, l’anno prossimo, l’attore di “Italiani cincali” sarà attorniato dalla danza di Micha Von Hoecke, in “Svizzera e furore”, mentre nel 2015 un happening invaderà per una giornata, “Antonio sul Po”, soltanto la cittadina nelle vicinanze di Reggio Emilia, Gualtieri, seconda “casa”, a dir la verità non così accogliente, per lo svizzero Laccabue riconvertito in Ligabue. È nel crescendo progressivo che la figura di Ligabue (ma il suo nome all’anagrafe era Antonio Laccabue,) viene resa mirabilmnete dall’attore, immedesimandosi senza però farne una sorta di personaggio caricaturale, bensì riesce ad entrare in contatto con la parte più oscura e recondita dell’uomo. […]. Inizia poco prima, dalla platea contenuta del Teatro Valle Occupato all’apertura di stagione, il passo incerto del pittore Antonio Ligabue, detto Toni. “Le ultime parole delle righe che hai messo nel tuo sito, parlando dello spettacolo, sono: “Voglio stare anch’io a guardare gli altri. Il primo omaggio è quindi a lei, a Mutter Elise. Lo deve a un titolo che funziona, Italiani Cìncali!, a un’abilità travolgente, a un tema politicamente micidiale» Franco Quadri, La Repubblica Un essere tormentato di cui Perrotta racconta i fatti salienti di una vita già segnata, come dice il personaggio, dalla data di nascita, il 18 dicembre 1899, 13 giorni e si apriva il nuovo millennio e chissà forse la vita di Antonio sarebbe stata un’altra. Ecco allora che Mario Perrotta con il suo Un bès – Antonio Ligabue si conferma una delle punte di diamante del teatro di narrazione. Vorrebbe dire che il crollo è avvenuto, significherebbe che non resta che provare a ricostruire. Con un simile pastrano addosso si presenta Mario Perrotta, protagonista di “Un bès” magistrale lavoro allestito nei giorni scorsi al Ridotto del Massimo per il cartellone del Teatro Stabile di Sardegna.